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Il Magistero Sociale del Papa San Pio X di Daniele Trabucco

San Pio X rifugge da qualunque “sana laicità” fautrice inevitabile di relativismo, che si è affermata nella Chiesa Cattolica con l’attuazione del Vaticano, per recuperare una salda presenza cristiana nella società il cui fine è primariamente la “salus animarum” e non il mero benessere sociale che puó essere perseguito da qualunque associazione no profit.

Il pontificato del grande Papa san Pio X (dal 1903 al 1914), da un punto di vista del Magistero sociale, si pone in perfetta continuità con quello del suo predecessore Leone XIII (pontefice dal 1878 al 1903). Ció che preoccupa principalmente Papa Sarto è la “aconfessionalità” dell’azione sociale dei cattolici.

Lo storico e teologo belga Roger Aubert (1914–2009) sottolinea, in particolare, come Pio X mirasse, con la sua azione, ad una trasformazione morale della mentalità tanto dei “padroni”, quanto degli “operai”. Tutta la società, specialmente nelle sue articolazioni sociali, doveva essere restaurata cristianamente. Ció era conforme al cuore del programma del pontificato piano, ossia “instaurare omnia in Christo”, come, peraltro, emerge inequivocabilmente dalla prima Lettera Enciclica “E supremi apostolatus” del 04 ottobre 1903.

Il morbo che portava il consorzio umano alla rovina era identificato dal pontefice “nell’allontanamento e nella apostasia da Dio” ed i sintomi erano dati dall’arroganza e dalla temerarietà dell’uomo contemporaneo che “si è posto in luogo di Dio”. Una analisi non relegata all’inizio del secolo scorso, ma drammaticamente e prepotentemente attuale. Sulla scia di Leone XIII, anche per Pio X l’unico rimedio è la “soggezione a Dio” e alla Verità che Egli ha liberamente e gratuitamente rivelato. Come deve concretizzarsi, peró, questa soggezione?

Per il pontefice trevigiano è necessario un impegno serio sia dei sacerdoti, sia dei laici che consiste, ciascuno nel proprio ambito, “a darsi pensiero degli interessi di Dio e delle anime”. La “enorme e detestabile scelleratezza”, scrive sempre Pio X nella “E supremi apostolatus” ove delinea le linee programmatiche del suo pontificato, non consiste solo nella apostasia del tempo presente verso la fede in Dio, ma anche e soprattutto verso la Chiesa che di quella fede ne è la depositaria.

La difesa, dunque, della confessionalità dell’azione sociale dei cattolici assurge a criterio ermeneutico di tutto il Magistero sociale del pontificato piano. Da queste premesse discende il Motu proprio sull’azione popolare cristiana del 18 dicembre 1903: il superare le diseguaglianze sociali, gli obblighi di giustizia e carità, le società di mutuo soccorso etc. Si intuisce come questa prospettiva potesse essere accusata (e lo è ancora oggi) di “papocentrismo”.

Tuttavia, san Pio X rifugge da qualunque “sana laicità” fautrice inevitabile di relativismo, che si è affermata nella Chiesa Cattolica con l’attuazione del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962−1965), per recuperare una salda presenza cristiana nella società il cui fine è primariamente la “salus animarum” e non il mero benessere sociale che puó essere perseguito da qualunque associazione no profit.

Prof. Daniele Trabucco il 09 Gennaio 2024

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