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La geopolitica delle Terre Rare di Roberto Pecchioli

Recensione del 20 Novembre 2019. Si chiamano Terre Rare, sono l’oro e il petrolio del presente e del futuro

Le notizie che riceviamo dal sistema di informazione ed intrattenimento sono scelte da un ristretto numero di agenzie di stampa possedute o controllate dai grandi gruppi economici, industriali e finanziari. Logico che trapelino solo fatti, circostanze e fenomeni che interessano gli scopi degli iperpadroni. Ciò di cui sappiamo pochissimo è la geopolitica, il “grande gioco” per il dominio del pianeta, ancor meno delle guerre sotterranee   combattute per assicurarsi le risorse naturali senza le quali non vi è avanzamento tecnico né autentico potere.  Sappiamo abbastanza sulle lotte per i combustibili fossili, ma conosciamo solo ipotesi circa le riserve a disposizione. Molto più oscura è la competizione per assicurarsi le materie prime indispensabili per le tecnologie informatiche digitali e per le reti di telecomunicazione che ne consentono la propagazione in ogni angolo del mondo.

Si chiamano Terre Rare, sono l’oro e il petrolio del presente e del futuro. Possono scatenare guerre, non solo commerciali, il loro possesso è la chiave di ciò che ci aspetta. Se ne parla pochissimo, ma negli ultimi anni la domanda è aumentata fino al punto da farli diventare i minerali strategici dei quali non si può fare a meno. Il maggior produttore è la Cina, che ha minacciato di chiudere i rubinetti dell’esportazione verso gli Usa a seguito del bando imposto dagli Stati Uniti contro Huawei, l’impresa capofila nella decisiva tecnologia della fibra 5G. Le misure nei confronti di Huawei sono state frettolosamente sospese.

La Cina produce e soprattutto raffina uno schiacciante 96 per cento delle 160 mila tonnellate di Terre Rare prodotte annualmente nel mondo, diciassette elementi dal nome oscuro e di complicata estrazione. Non sono Terre Rare la columbite e la tantalite, (coltan) metalli con cui si realizzano condensatori di piccole dimensioni essenziali per dispositivi quali telefoni cellulari e computer, nonché nell’elettronica per l’automobile. La corsa all’accaparramento di questa risorsa ha provocato una sanguinosa guerra nella Repubblica Democratica del Congo, oltre a gravi disastri ambientali e continui decessi degli operai impiegati nell’estrazione. 

Le prime Terre Rare furono scoperte in Svezia al termine del secolo XVIII, a Ytterby. Per molto tempo si credette che tali elementi si trovassero solo lì, da cui il nome collettivo. Presto vennero tuttavia individuate riserve in altri luoghi ed iniziarono gli studi per identificarle, giacché in natura si presentano sotto forma di composti, essenzialmente ossidi. Oggi sappiamo che non sono così rare, eccetto il promezio radioattivo, tanto che il cerio è il venticinquesimo elemento più abbondante sulla crosta terrestre. I giacimenti minerari sfruttabili sono pochi, allo stato attuale. Nella tavola periodica degli elementi di Mendeleev formano un gruppo a parte, il terzo. Si tratta di diciassette minerali, scandio, ittrio, cerio, lantanio, praseodimio, neodimio, promezio, samario, europio, gadolinio, terbio, disprosio, olmio, erbio, tallio, itterbio e lutezio.

Vale la pena conoscerne i nomi in quanto hanno usi infiniti; sono indispensabili negli apparati tecnologici di uso più corrente, computer, telefoni mobili, automobili, che non funzionerebbero senza il loro apporto. Il prolungamento delle nostre mani, l’onnipotente smartphone, contiene almeno otto terre rare. Così i televisori e i monitor. Non potremmo svolgere risonanze magnetiche, né potrebbero essere posati i cavi in fibra ottica, le autostrade della connessione informatica. I catalizzatori di fumo e i motori delle nostre auto funzionerebbero come nel secolo passato. Le Terre Rare sono essenziali nella raffinazione degli idrocarburi, nella produzione di pile e batterie, smalti e fertilizzanti agricoli. Si utilizzano per produrre superconduttori, microchip, magneti, fibre ottiche laser, schermi a colori, cd, dvd e carte di credito.

Non è dunque strano che la domanda salga ogni anno in percentuali che vanno dal 4 all’8,6 per cento. Prima per sostenere la diffusione della televisione a colori, poi per gli elaboratori e i microprocessori, Internet e i telefoni intelligenti. L’importanza economica ed industriale delle Terre Rare è un fattore geopolitico di cruciale importanza: chi ne controlla estrazione e raffinazione ha in mano un potere enorme sul resto del mondo. Fino agli anni 80 erano primeggiavano il Brasile, l’India, il Sudafrica e gli Usa, ma la Cina, in grado di abbattere i costi di produzione, è stata in grado di monopolizzare il mercato. Forse la scelta americana di ammettere il Dragone nel 2001 nell’ Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), si fondò sulla convinzione – rivelatasi errata- che l’antico Regno di Mezzo sarebbe rimasto un fornitore di materie prime a basso prezzo oltreché manifattore di prodotti di scarso pregio.    

La ragione fondamentale del dominio cinese sta nel grave inquinamento prodotto dall’estrazione di Terre Rare. E’ richiesta l’utilizzazione di acidi molto forti, come il solforico, per la separazione dai minerali in cui si trovano allo stato naturale. Per di più, durante il processo estrattivo possono comparire composti altamente contaminanti, come il fluoro, radioattivi, come l’uranio e il torio, con la conseguente generazione di eccipienti radioattivi e acque acide. Un minimo di informazione in più aiuterebbe i nostri ambientalisti della domenica, i seguaci acritici di Greta, a riflettere sulle favole propalate dal potere per far passare le immense ristrutturazioni industriali ed economiche che stanno preparando.

La più grande miniera cinese si trova in Mongolia, in un’area dove nel passato si estraeva ferro. Lì si concentra oltre l’ottanta per cento della produzione nazionale ed è l’area più sporca ed inquinata del pianeta. Immense dighe hanno generato un grande lago artificiale totalmente contaminato per il costante sversamento di acque piene di prodotti chimici e metalli pesanti. E’ la faccia occulta, impresentabile della transizione energetica e digitale, della quale le opinioni pubbliche devono rimanere all’oscuro. Secondo fonti scientifiche, produrre una tonnellata di Terre Rare (RE, rare earths) genera circa diecimila metri cubi di gas contenenti diossido di zolfo, acido fluoridrico e solforico e altre polveri concentrate, oltre a 75 mila litri di acqua residuale acida e circa una tonnellata di residui radioattivi. Mancanza di scrupoli per l’ambiente, bassi salari, condizioni di lavoro drammatiche e lo sfruttamento a tappeto di miniere i cui costi sono già abbondantemente ammortizzati hanno permesso alla Cina di monopolizzare il mercato.

Dall’altro lato del mondo, negli Usa non va meglio nel settore dei prodotti energetici, con l’estrazione dei gas di scisto attraverso il devastante sistema del fracking, la fratturazione idraulica dei terreni, con gravi conseguenze per l’aria, distruzione della natura, spreco immenso di risorse idriche diventate inquinanti. L’ipocrisia occidentale pretende sempre più tecnologia “verde”, alimentata in realtà da elementi inquinanti estratti e raffinati lontano da casa nostra. Not in my backyard, non nel mio cortile, recita il buonismo egoista divenuto senso comune. Un paradosso che si estende a tutti i prodotti collegati alle energie pulite tanto in voga nell’immaginario della coscienza infelice occidentale.  

Un monopattino elettrico, tanto di moda tra i paladini dell’energia sostenibile, contiene Terre Rare. Un auto elettrica, altro obiettivo del futuro prossimo, ne richiede almeno undici chili. Le RE sono indispensabili nei sistemi di refrigerazione (ahi, ahi, con le temperature che si alzano), per le termopompe, le macchine termiche in grado di estrarre e trasferire energia, per le automobili ibride, le turbine eoliche e i pannelli solari. Senza di esse, non avremmo illuminazione con il sistema led, basato sull’impiego di diodi a emissione luminosa. Come struzzi, nascondiamo la testa per non vedere quanto il nostro stile di vita, che vogliamo conservare pretendendolo virtuoso ed ecocompatibile, sia distruttivo per l’ambiente. Abbiamo, dicono giustamente gli ambientalisti, un’unica terra, ma poco ci importa dei veleni altrui. Ignoriamo le conseguenze per convenienza, cinismo e disinformazione. Intanto, si lavora febbrilmente per individuare nuovi giacimenti di Terre Rare, nonché a riprendere progetti abbandonati per il minor costo del monopolio cinese.

Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista Nature, sarebbe stato scoperto un giacimento nei fondali marini giapponesi che potrebbe rispondere alla domanda del pianeta per tempi lunghissimi, oltre 16 milioni di tonnellate di Terre Rare. Le RE, dunque, sono una sorta di arma nucleare nel grande gioco geopolitico planetario. Attualmente domina la Cina, ma negli Usa potrebbero nascondersi giacimenti pari a quasi cento volte la capacità estrattiva attuale. Ciò che manca è la capacità di raffinazione, specie per le gravi controindicazioni ambientali, tanto che la produzione statunitense è inviata in Cina per lavorazione e reimportazione.

Si noti quanto sia più sfaccettata la realtà economica e geopolitica del pianeta rispetto alle semplificazioni diffuse a uso di opinioni pubbliche addormentate e ansiose di rassicurazione. L’Italia possiede depositi consistenti di titanio in Liguria e di antimonio in Toscana, da cui si ricavano alcune terre rare. A detta di alcuni, l’invasività dell’estrazione sarebbe inferiore a quella delle cave di marmo. Avviare un nostro sistema di sfruttamento delle Terre rare, superando una dipendenza totale dall’importazione, sarebbe importante, previa attenta analisi dei costi ambientali e dei benefici economici e politici.

Le Terre rare, per la loro importanza strategica, sono tra i prodotti cinesi esclusi dalla lista delle merci soggette a dazi in America. In particolare, vi è preoccupazione nel settore militare, timoroso che la penuria di forniture comprometta la produzione di armi di ultima generazione ad elevata tecnologia. A sua volta, Pechino ha poco interesse a diminuire le sue importazioni per non paralizzare l’industria globale, dal cui sviluppo dipende in parte il suo surplus commerciale, ma soprattutto perché non vuole lo sviluppo in Occidente della ricerca di minerali e tecnologie alternative per l’estrazione e lavorazione di Terre rare.  

Giudichi il lettore l’enorme portata strategica, oltreché l’impatto economico delle questioni riguardanti le Terre Rare. E’ la logica del Grande Gioco, il conflitto permanente di potere e interessi che presiede ai destini reali del mondo, caratterizzato dall’attività di apparati riservati, scientifici, diplomatici ed informativi, all’origine di guerre, alleanze, tendenze di lungo periodo. “Ora noi andremo sempre più a nord, per giocare al grande gioco”, scrisse nel 1901 Rudyard Kipling in Kim, romanzo amato da generazioni di ragazzi, ambientato in India sullo sfondo del conflitto politico coloniale tra l’Impero Britannico e la Russia per il controllo dell’Asia Centrale. Il Grande Gioco post moderno è una partita a scacchi combattuta nel campo del controllo delle risorse naturali necessarie per il dominio economico e politico.

Non tramonta l’era dei combustibili fossili, resta forte il mercato dei metalli preziosi, ma la vera sfida riguarda le tecnologie per le quali sono indispensabili le Terre Rare. Il nostro secolo apparterrà a chi saprà prevalere nel gioco dell’estrazione, raffinazione e utilizzo tecnologico dei diciassette elementi del terzo gruppo della tavola di Mendeleev. Il resto è propaganda, distrazione di massa, polvere negli occhi per popoli distratti.   

 

Roberto Pecchioli il 20 Novembre 2019

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