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Maradona, un mito plebeo di Roberto Pecchioli

Recensione del 2 Dicembre 2020. La morte dei grandi è la porta del mito, e Maradona, “el Diez” il Dieci per gli argentini, grande lo fu davvero nell’unico luogo magico che conosceva, il campo di calcio.

Bertolt Brecht scrisse molte sciocchezze. Quella che più detestavo, fino a ieri era “beato il popolo che non ha bisogno di eroi”. Le reazioni alla morte di Diego Armando Maradona fanno cambiare idea, almeno in parte. Il grande campione si è spento a 60 anni dopo una vita di trionfi e stravizi: un’esistenza attraversata dalla dismisura. Povertà e degrado assoluto nell’infanzia, poi i trionfi da genio del calcio che fece grande il Napoli e consegnò – quasi da solo – un titolo di campione del mondo alla sua Argentina nel 1986. Infine, un lungo tramonto lontano dai campi di calcio, superstite di se stesso, tra eccessi di ogni genere, gli stessi che ne accorciarono la carriera già al termine della splendente stagione partenopea.

La morte dei grandi è la porta del mito, e Maradona, “el Diez” il Dieci per gli argentini, grande lo fu davvero nell’unico luogo magico che conosceva, il campo di calcio. Tuttavia, la sua celebrazione ci lascia di stucco, stupefatti per enfasi, esagerazione e per l’abuso di termini che andrebbero riservati a questioni e persone più importanti di un calciatore.  Dicono che fosse un dio; forse un dio del calcio lo fu davvero, nei prodigiosi anni 80 in cui trionfò con le maglie del Napoli e della nazionale argentina, l’amatissima selecciòn. Un grande giornalista di calcio, Gianni Brera, inventò Eupalla, la dea capricciosa del pallone. Se Eupalla esiste, in qualche Olimpo rettangolare di erba verde, Maradona era certo un suo figlio prediletto. Non sappiamo se fu il più grande – chi scrive propende per Pelé, straordinario con entrambi i piedi e anche di testa, ma la bellezza del calcio è far parlare e tacere, e ognuno ha il diritto alle sue incrollabili convinzioni.

Maradona dette a chi scrive un dispiacere: segnò alla mia Sampdoria una rete improvvisa, imprevista, da posizione difficilissima, nello stadio di Marassi, sotto la gradinata tempio del tifo blucerchiato, negli anni del suo grande Napoli. Allora lo maledissi, ma so di essere stato testimone fortunato di un gesto tecnico di bellezza assoluta. Così lo voglio ricordare, dispiaciuto che nella camera ardente, sopra la bandiera argentina, gli sia stata posta la maglia del Boca Juniors e non quella di numero 10 del Napoli, che trascinò alla vittoria di due scudetti, gli unici della storia del club azzurro.

Fin qui la celebrazione; poi viene lo stupore e il dissenso. Non solo Maradona non è Dio, come afferma soprattutto la stampa progressista a corto di eroi, ma la sua celebrazione ossessiva, esagerata, persino sfacciata, non ci convince né ci appartiene. Lo diciamo sapendo di destare la disapprovazione maggioritaria. Al di là del calcio, di cui Maradona fu davvero un miracolo di classe e genialità, l’ex ragazzo povero di Villa Fiorito, sobborgo di Lomas de Zamora, nel sud della Grande Buenos Aires, non fu un modello né tantomeno un esempio. Se lo è, è il mito plebeo di un tempo che avrebbe bisogno di ben altri eroi da venerare.

Nel mondo invertito, tuttavia, Diego è un eroe e perfino un Dio terreno nell’orizzonte ateo. Povero Diego, morto da solo dopo un periodo di grave depressione, presago forse della fine, impossibilitato da tempo anche a fingere di essere il direttore tecnico della piccola squadra Esgrima y Gimnasia de La Plata, club caro agli attuali padroni dell’Argentina, il presidente Fernàndez e Cristina Kirchner. Povero Diego che dai trionfi sul campo era passato all’alcolismo, alla dipendenza da psicofarmaci, intrugli di pasticche e polvere bianca, la droga che lo condannò quasi a fuggire dalla Napoli dei successi ma anche delle pessime frequentazioni di malavita. Povero Diego, in fondo, per la vita sessuale esagerata, sregolata, preda degli istinti, certamente sfruttato, oltreché da una numerosissima corte dei miracoli, anche da troppe amanti provvisorie. Pare che lasci undici figli, un paio ancora bambini. Molti non li ha riconosciuti, un’ombra in più, e fu lunga la battaglia di una giovane napoletana per fargli ammettere la paternità di un figlio che è la fotografia del celebre genitore.

Se davvero Maradona è un mito, lo è di un tempo plebeo e amorale. Un grande sul campo, un pover’uomo travolto dal male e dal vizio nella vita. No, non può essere un modello un uomo divorato da mille dipendenze, che non si è mai elevato, moralmente e intellettualmente, dall’infanzia povera in quel quartiere simile a una baraccopoli. Non importa se ha accettato di farsi strumentalizzare da politici di estrema sinistra, Fidel Castro che considerava un secondo padre, Hugo Chàvez e naturalmente dai fantasmi del peronismo che hanno impoverito l’Argentina fino alla morte per fame di tanti bambini.  Non gli rimproveriamo il tatuaggio di Che Guevara: aveva il diritto alle sue idee e non deve essere facile dimenticare i traumi della povertà e del degrado.

Contestiamo non lui, ma i suoi cantori interessati, i creatori di un mito falso come l’oro di Bologna. Gli unici che hanno il diritto di metterlo sul piedistallo sono i tifosi del Napoli, a cui ha regalato la stagione più bella e le perle di un talento smisurato. La politica partenopea ha immediatamente messo il cappello sul ricordo, promettendo l’intitolazione dello stadio a Maradona, ma rimaniamo perplessi sul cambio: San Paolo, l’apostolo cristiano delle genti, sostituito da un semplice, per quanto grande calciatore.

Lascia stupiti anche l’incoerenza di una vita di lussi unita all’ostentata appartenenza al populismo rosso sudamericano. Nella visita all’altro “portegno” famoso, Jorge Mario Bergoglio, papa di Roma e tifoso del San Lorenzo de Almagro, rivale del Boca, il campione criticò il fasto vaticano mentre ostentava due diamanti grandi come bottoni alle orecchie. Forse anche per questo è tanto caro alla sinistra post borghese, ma, per favore, lasciamo che riposi in pace e non facciamone un mito o un eroe. Non lo fu, come testimonia gran parte della sua vita, il fallimento come allenatore, la sconfitta contro le innumerevoli dipendenze e gli istinti più bassi.

La stampa argentina afferma che il suo patrimonio, per quanto ingente, è stato in buona parte dilapidato. Chissà quanti pessimi consiglieri hanno approfittato dell’ignoranza – diciamolo senza infingimenti – di Diego e della sua evidente fragilità, chissà quali lotte si annidano nel suo “cerchio magico” e quante battaglie legali si combatteranno per l’eredità materiale del campione. Quanto all’eredità sportiva, Maradona lascia la bellezza impareggiabile dei suoi gesti atletici, nonostante un fisico in fondo goffo, apparentemente inadatto a farne un re del calcio, ma anche esempi pessimi e tremende cadute.

Non me ne vogliano i tifosi del Napoli che lo amano visceralmente, ma preferisco Gigi Riva, l’orfano del Lago Maggiore adottato dalla Sardegna, che vinse lo scudetto non nella capitale del Sud, ma nella piccola Cagliari, capoluogo di un’isola di pastori. Rombo di Tuono era fortissimo e generoso e si spezzò le gambe per la nazionale italiana. Volle restare fedele a Cagliari, dove tuttora vive, rifiutando la corte della Juventus, allora come oggi la superpotenza nel regno di Eupalla. Ci commuove Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino morto nel temporale di Superga, la classe cristallina e la signorilità di Gaetano Scirea, capitano gentiluomo, pur se sappiamo che nessuno di loro è paragonabile, calcisticamente, a Diego.

I miti, tuttavia, per essere tali, devono essere modelli, esempi di comportamento. Perché c’è davvero bisogno di eroi, e tra loro non ci sentiamo di annoverare quell’obeso, smodato, triste signore che si è trascinato per quasi trent’anni tra vizi e celebrazioni, postero di se stesso, dopo i trionfi sul campo.

Forse è il simbolo grottesco dello splendore possibile e della miseria reale della sua terra, quell’Argentina che ha gettato via la ricchezza e sopravvive tra fallimenti finanziari, improbabili ritorni di fiamma e l’atroce responsabilità- nella terra dell’abbondanza- di far morire di fame non pochi suoi figli. Per noi, l’unico gigante argentino è Jorge Luis Borges, il poeta del mito e del labirinto, del fervore di Buenos Aires e dell’Aleph.

Caro Diego, riposa in pace, lontano dai tuoi dubbi adoratori, tu che incarni alcuni dei racconti mitografici del tuo concittadino cieco. Nel calcio, sei stato davvero l’Aleph, “una piccola sfera cangiante, di quasi intollerabile fulgore. Il diametro dell’Aleph sarà stato di due o tre centimetri, ma lo spazio cosmico vi era contenuto, senza che la vastità ne soffrisse.”  Forse sei l’Immortale del primo racconto di Aleph, che viene a sapere dell’esistenza di una città misteriosa, attraversata da un fiume che conferisce l’immortalità. Nel tuo caso, fu un campo di calcio, il San Paolo che adesso porterà il tuo nome o l’Azteca messicano in cui segnasti nel 1986 quel famoso gol con la mano all’Inghilterra, nei quarti di finale dei mondiali. O forse sei lo Zahir, l’oggetto che ha il potere di creare un’ossessione in coloro che la incontrano, sino a percepire sempre meno realtà e sempre più zahir.

E’ simbolico che tu sia morto al tempo in cui gli stadi sono chiusi, vuoti, spettrali, senza applausi neppure per te che non eri un dio, non eri un eroe, non eri un modello, ma un inconsapevole genio plebeo dal piede sinistro fatato. Il resto, errori, dipendenze, vizi, ormai sono silenzio.

Roberto Pecchioli il 2 Dicembre 2020

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