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La leggenda del Grande Torino di Roberto Pecchioli

Recensione del 05 Maggio 2019. Si recitava tutta di un fiato, quella formazione, senza virgole e puntini. Un mito moltiplicato per undici.

Settant’anni fa moriva il Grande Torino. Calciatori, allenatori, dirigenti, accompagnatori della squadra granata furono inghiottiti dalla tragedia dell’aereo che li riportava a casa dopo una partita amichevole contro il Benfica di Lisbona. Sulla collina di Superga, accanto al santuario barocco, miracolo architettonico del grande Filippo Juvarra, morivano dei giovani uomini e cominciava la leggenda. Chi scrive è cresciuto con una strana filastrocca sulle labbra, la formazione degli Invincibili che papà mi insegnò da piccolissimo: Bacigalupo Ballarin Maroso Grezar Rigamonti Castigliano Menti Loik Gabetto Mazzola Ossola, a cui si era obbligatorio aggiungere un altro grande che riserva non era, Ferraris IV. Si recitava tutta di un fiato, quella formazione, senza virgole e puntini. Un mito moltiplicato per undici.

Cominciarono a vincere tutto a guerra in corso, poi vennero fermati dall’immensa tragedia bellica, ritornarono e furono invincibili sino a quel giorno, 4 maggio 1949, pioggia su Torino, gli strumenti e i mezzi degli aerei non erano quelli di adesso. L’apparecchio si schiantò vicino a uno dei simboli della città di cui erano l’orgoglio. Furono, quei ragazzi con la maglia granata, l’emblema dell’Italia che tornava in piedi. Vincevano nonostante le macerie, la povertà diffusa, le divisioni e le ferite di una patria lacerata da un conflitto che finì in un feroce confronto tra connazionali.


Nessuno ricorda come la pensassero politicamente Valentino Mazzola, il gran capitano, i fratelli veneti Ballarin e tutti gli altri. Non importa, quel che conta è chi furono in campo, giovani già con figli e famiglie, come allora era normale, facce scolpite dell’Italia umile, bella e contadina che sarebbe morta pochi anni dopo di loro, con l’industrializzazione di cui fu protagonista quella stessa città dai nuovi padroni, lupi con il nome di Agnelli.

L’autore di queste righe ha rischiato di non nascere affatto – modesta perdita per l’umanità- per colpa di quel 4 maggio di settant’anni fa. Il padre di chi scrive, uno dei tanti giovani usciti dalla guerra, grande appassionato di calcio e ciclismo, litigò furiosamente con la fidanzata, la futura mamma. Aveva appreso la notizia tra i primi- lavorava in un giornale – e piangeva come un bambino. Lei – all’epoca le donne non si interessavano di sport- non capiva quelle lacrime sul volto di uno che veniva da cinque anni di guerra, addirittura lo prese in giro. Ma era il pianto nobile di una generazione, anzi di una nazione intera che si ritrovò unita a piangere non una squadra di calcio, ma un riscatto interrotto dal destino nell’Italia che rinasceva nonostante rovine, povertà e tanti odi ancora vivi.

Torino, Coppi e Bartali, fu la triade di quel tempo difficile ma grandioso. Anche Fausto Coppi, l’airone, il ciclista che sembrava volare senza apparente fatica, morì giovane. Così è il mito: i giganti non invecchiano e in realtà non muoiono affatto. Jimi Hendrix, Marilyn Monroe, James Dean sono leggende perché morirono da giovani, nel pieno del successo. Nessuno può immaginare il Grande Torino invecchiato, acciaccato e perdente, Ossola o Gabetto che “ciccano” la palla, Valentino – il capitano aveva solo il nome, il cognome non contava – che sbaglia un passaggio.

Bartali no, divenne vecchio, un vecchio fino all’ultimo fortissimo e venerando, un monumento senza età, ma Gino era uno normale, uno che stingeva i denti e non mollava mai, non un predestinato come Coppi. E normali erano le facce e le vite di quei ragazzi vestiti di granata che riempirono di orgoglio una nazione intera. Tutti italiani, un fiumano dal cognome estraneo e sincopato, Loik, il triestino Grezar, e poi lombardi come capitan Valentino, veneti i Ballarin, e naturalmente piemontesi come Castigliano, Gabetto, il ligure Bacigalupo. Una squadra nutrita a pane e salame, che non vinse coppe internazionali perché non si disputavano ancora, ma che tutti volevano e si vestiva d’azzurro nelle partite della nazionale.

Sorridiamo pensando al dodicesimo gigante, Ferraris IV. Quarto, perché altri tre fratelli erano calciatori. All’epoca c’erano dinastie intere in campo, come i mitici fratelli Sentimenti. Le famiglie erano numerose, allora, il calcio all’oratorio e sulla strada era il modo per stare insieme e per qualcuno di uscire dalla povertà. In casa nostra, rimase per anni una copia di Tuttosport, il quotidiano sportivo torinese che perse nella tragedia i giornalisti al seguito del Grande Torino. C’era la foto di una folla enorme ai funerali. La gente piangeva e pregava – erano tempi in cui si pregava ancora – per quella squadra, per quel sogno infranto che entrava nel mito.  Quella fotografia riconciliò mamma e papà. La ragazza che non sapeva nulla di calcio capì che le lacrime del fidanzato erano le stesse di un popolo intero e il giornale, poi sparito chissà dove o gettato, ha un posto nella nostra piccola storia familiare. Non osiamo immaginare un evento simile al giorno d’oggi, in cui su troppi campi va in scena l’odio e il rancore, il coro bestiale “devi morire” per l’avversario, e tutto è sacrificato al risultato, ovvero al denaro.

Nelle squadre italiane, non solo di vertice, militano pochissimi giocatori italiani, qualcuna non ne ha nemmeno uno, i cambi di casacca sono vorticosi e i ragazzotti promettenti delle formazioni giovanili girano con il procuratore al fianco. Come immaginare Valentino con la maglia della Roma, o, sacrilegio massimo, della Juventus?

Noi abbiamo amato fin dall’infanzia quel mito vestito di granata che diventava vivo nelle parole di chi li aveva visti sul campo, ne raccontava le imprese e conosceva tanti aneddoti. Colpisce che fossero amati da tutti, non c’era la contrapposizione acida che sarebbe arrivata dopo. Con loro morirono anche i dirigenti e una certa Torino lasciò il campo a un’altra, quella dei nuovi padroni di tutto, la cui squadra vinse tanto e vince ancora.  Il Toro non si riprese più, sportivamente, dalla tragedia. Negli anni Sessanta fu costretto ad accettare quella che oggi chiameremmo sponsorizzazione, da parte di un’industria dolciaria. Parve un’onta, un sacrilegio. Giovanni Agnelli, con la velenosa albagia di chi possiede tutto e ha intorno a sé solo adulatori e servi, da allora chiamò il Torino, storico avversario della squadra di sua proprietà, “il Talmone”.

Poi ne prese in mano le sorti un imprenditore mantovano fattosi da solo, Orfeo Pianelli, l’unico che osasse sfidare l’egemonia della nuova famiglia reale subalpina. Comprò dal Genoa il più grande della sua generazione, Gigi Meroni; ricordiamo, bambini di pochi anni, la mobilitazione impressionante dei tifosi rossoblù contro quel trasferimento. La farfalla granata morì a soli 24 anni, travolta sul Corso Umberto dopo la partita domenicale. Un’altra vita infranta, un nuovo segno della sorte. Chi guidava l’automobile che lo uccise era un tifoso accanito, destinato, molti anni dopo, a diventare presidente di un Torino in rovinoso declino.

Oggi vince solo chi può permettersi bilanci da grande azienda, tutto si misura in denaro nello sport come in ogni ambito della società. Chissà se sarebbe possibile un altro Grande Torino, se per miracolo tutti i migliori talenti si riunissero nel Verona, nel Bari o nella Triestina. All’epoca capitò e, come in molte leggende, ci furono anche i sopravvissuti. Alcuni calciatori, gli infortunati e diverse riserve, non parteciparono alla trasferta portoghese; non c’erano “sponsor” e non erano ammessi cambi e sostituzioni. Per decenni abbiamo incrociato uno di loro nel quartiere genovese di Nervi. Si chiamava Gandolfo, era un portiere di medio livello e, a carriera conclusa, fece il commerciante. Per chi scrive, fu il segno tangibile che il mito aveva carne e sangue, il Grande Torino era esistito davvero, non era un racconto del babbo.

Il tempo porta via tutto, anche Gandolfo non c’è più, quel “mé Turìn grand, mé Turin fort” cantato magistralmente da Giovanni Arpino che, incredibile a dirsi, era un “gobbo”, è nel mito e ci resterà sino a quando qualcuno saprà vivere poeticamente. Passa il dolore, altre tragedie si sovrappongono alle antiche, ma gli Invincibili del pallone sono soltanto loro, i figli di quell’Italia un po’ paesana con i panni rammendati e tanta voglia di rinascita, gioia, pace e libertà. Vestiti di granata, colore un po’ strano e un po’ cupo, hanno restituito orgoglio a una nazione prostrata, giocato a calcio non come gli dèi, ma come gli uomini semplici e forti. Nella lirica Amore e morte, Giacomo Leopardi fa precedere il canto da un verso del greco Menandro: muor giovane colui che al cielo è caro. BacigalupoBallarinMarosoGrezarRigamontiCastiglianoMentiLoikGabettoMazzolaOssola: tutto attaccato senza prendere fiato.

Roberto Pecchioli il 05 Maggio 2019

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