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L’attrattiva del male di Roberto Pecchioli

Recensione del 18  Febbraio 2019. Il male, rinchiuso nella gabbia materiale, non è affatto umile, né conosce l’uomo meglio del bene. E’ più attraente, più facile, più comodo. Per questo va tenuto a freno con un’idea elevata del bene e un modello alto di virtù.

Franco Cassano è un sociologo importante, la cui formazione filosofica è testimoniata dagli esordi come docente di filosofia del diritto. Il suo Pensiero Meridiano, scritto alla metà degli anni 90, è un’opera di notevole rilievo. Le sue successive prestazioni di pensatore, tuttavia, non sono all’altezza del libro che lo ha reso famoso. In particolare, siamo rimasti assai delusi dall’ Umiltà del male, saggio breve pubblicato nel 2011. La tesi di Cassano è singolare: nella partita contro il bene, il male parte sempre in vantaggio grazie all’uso di una virtù, l’umiltà, intesa come capacità di conoscere l’animo umano, confidenza antica con la sua fragilità. Il bene, in questa visione, sarebbe sconfitto per la sua urgenza di giudicare e misurare l’essere sul metro del dover essere, che lo indurrebbe “a guardare con impazienza chi rimane indietro (…) Il male approfitta della distrazione o della boria del bene per mettere le tende e costruire alleanze”.

Tesi suggestiva e in qualche misura autocritica allorché attacca il “perfettismo”, il suprematismo etico di coloro – la parte culturale e politica dell’intellettuale barese di ascendenza marxista con un recente passato di senatore del PD – che stanno sempre dalla parte della ragione, del bene, del “progresso”. Per il resto, dissentiamo nettamente dall’enunciato di Cassano. Il male può essere insidioso, suadente, persino banale e burocratico, come dimostrò Hannah Arendt, è certamente attrattivo, seducente, ma è tutt’altro che umile. Anzi, è sicuro di se stesso, altero, deciso a conquistare ogni metro del terreno. Lusinga, conquista senza apparente fatica. La sua attrazione è divenuta esclusiva per assenza di contraddittorio. Vince per rinuncia, il bene si è nascosto, non crede più a stesso.  

Il limite dell’Umiltà del male ci sembra di natura filosofica e, se ci si passa il termine, epistemologica. Pur nell’ambito di un saggio breve, occorre definire ciò di cui si parla. E’ facile rintracciare l’idea di male di Cassano nel totalitarismo, con deboli prese di distanza da quello di radice marxista, ma è assai complesso scoprire che cosa intenda per bene.  Sembra identificarlo con un’equivoca “emancipazione”, che dà il titolo a un denso capitolo. Sulle piste del francofortesi, specie di Adorno, lamenta che l’emancipazione sia rallentata dalla debolezza dell’uomo ed esponga i suoi seguaci “alla tentazione di una pedagogia autoritaria”.

Ancora è più esplicito è nel brano successivo, dove constata con amarezza che “gli ideali emancipativi e universalistici sembrano essere andati troppo al di là della dimensione praticabile dalla media degli uomini”. Qui Cassano partecipa del narcisistico delle élite che altrove critica, ed esprime un’idea del bene debole e negativa. L’ emancipazione, infatti, è una forma non di libertà, sia pure negativa, ma di liberazione, dissoluzione di vincoli, fuoriuscita dalla civiltà di appartenenza. Nel linguaggio sociale e politico, essa definisce il processo attraverso cui soggettivamente o collettivamente ci si sottrae a un sistema di valori, principi, usi o vincoli considerati opprimenti.

Se il bene è l’emancipazione, è un bene a metà, poiché risulta assente la pars construens. Liberati da tutto, si cade preda del male più facilmente di prima, a meno di ricostruire un diverso sistema di valori e credenze. Il processo rischia di ripetersi all’infinito, poiché, se l’emancipazione è il bene da perseguire, si dovrà ricominciare daccapo per sciogliere nuove catene.  Se la nostra interpretazione è corretta, dobbiamo rimpiangere la vigorosa impronta del Pensiero Meridiano, ben più organica e condivisibile. 

La sua forza e novità risiede nell’energica rivendicazione del valore della lentezza rispetto alla velocità, il recupero della periferia rispetto al centro, l’idea del Mediterraneo come luogo privilegiato dei rapporti, ordito di identità distinte ma non incompatibili. Riprendendo le visioni di Paul Valéry e Albert Camus, Cassano vede il Mediterraneo come la via che ha messo in contatto i popoli, separandoli senza le enormi distanze degli oceani. Il pensiero meridiano nasce sulle coste della Grecia, la cui forma frattale, con l’abbondanza di isole e penisole, l’ha resa luogo privilegiato dei rapporti dialettici. E’ in Grecia che “la cultura si è aperta ai discorsi in contrasto, ai dissoi logoi”, dunque, aggiungiamo, anche alla precisa definizione di termini e concetti.

Nel Pensiero Meridiano Cassano prende nettamente le distanze da quello che pure definisce “nobile universalismo” dell’Occidente. Si schiera, dietro lo schermo cosmopolita, per una specifica civiltà, quella mediterranea, alla quale riconosce la capacità di essere argine al fondamentalismo occidentale, quello dell’economia, creatore di una specie nuova, l’homo currens, colui che è in corsa perenne. Scrive così: “solo limitando l’homo currens si può sbarrare la strada allo sradicamento e agli usi reattivi della tradizione, al suo ritorno violento e soffocante.” Emancipazione dalla tradizione (violenta, reattiva, soffocante) ma ad andamento lento, ancorati alla civiltà mediterranea, meridiana, perché, afferma poeticamente, “bisogna essere lenti come un vecchio treno di campagna e di contadine vestite di nero, come chi va a piedi e vede aprirsi magicamente il mondo, perché andare a piedi è sfogliare il libro e invece correre è guardare soltanto la copertina. “

E’ allora il Bene, non il male arrogante e sicuro di sé, a praticare l’umiltà, chinarsi sull’uomo concreto, sulle sue necessità, sulle sue ansie e paure, tra le quali il bisogno di comunità, di protezione, di sicurezza. Colpisce l’incapacità, tipicamente contemporanea, di cogliere il legame tra ciò che si afferma e la tensione alla trascendenza, negata con ostinazione, relegata tra le astuzie del male per assicurarsi il potere sugli uomini.

Il capitolo più interessate dell’Umiltà del male è il primo, nel quale Cassano esamina il racconto del Grande Inquisitore nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij. I confini tra bene e male gli sembrano sfumati, incerti, la zona grigia teorizzata da Primo Levi nei I sommersi e i salvati. Neanche su questo siamo d’accordo. E’ vero che ciascuno può essere, a seconda delle circostanze, vittima o carnefice, e la frattura tra bene e male attraversa ogni uomo nelle condotte e scelte quotidiane, ma il male resta tale e così il bene. Il punto di frattura ci sembra il rapporto con la trascendenza, l’apertura a Dio, il totalmente altro.

Cassano, come gran parte dei contemporanei, di fronte al Grande Inquisitore non sa comprendere l’obiezione di Alioscia, il fratello di Ivan Karamazov, autore del racconto visionario. “Il tuo inquisitore non crede in Dio: ecco in che consiste tutto il suo segreto. “Per l’uomo moderno, come per Ivan e Cassano, l’obiezione è irrilevante. A noi pare invece essenziale. L’uomo, per comprendere il male, deve possedere un’idea elevata del Bene, e nulla è più alto di Dio. Quello che all’uomo d’oggi sembra impossibile, praticare la virtù in quanto troppo ardua, esigente, è una vittoria del male sull’umiltà del bene, il cui modello è Dio. A ben riflettere, anzi, l’umiltà del male può solo consistere nel riconoscimento di essere tale. L’uomo intravvede il bene allorché riconosce il male compiuto e accetta di emanciparsene espiandolo. E’ quello il percorso, accompagnato da Sonia, di Raskolnikov, protagonista di Delitto e Castigo, altro personaggio universale di Dostoevskij.

Non convince l’ottimismo sulla natura umana. L’Inquisitore è pessimista sugli uomini, “debole schiatta sediziosa” e punta sul mistero, l’autorità e il miracolo per controllarli. Cassano, che pure disprezza quello che definisce aristocratismo etico delle anime belle, chiede all’uomo comune uno sforzo che non può fare, emanciparsi da tutto, rimanere nudo dinanzi all’infinito e alla condanna della caducità. Per di più, pretende che il bene si abbassi, si faccia meno severo, alla portata di tutti. Non è questa la strada. Bisogna fermarsi, camminare a piedi, lentamente e riflettendo, come afferma potentemente nel Pensiero meridiano, ma avendo un bastone e una bisaccia per un cammino aperto a Dio, o almeno alla scommessa della sua esistenza (la “pari”di Blaise Pascal).  No, il bene non è democratico, è una sfida in salita che l’uomo può vincere se la accetta con l’umiltà della creatura e l’orgoglio di salire ogni scalino come una conquista.

Tra tante ipotesi, l’homo currens tecnologico, razionale ed emancipato d’Occidente ha scartato la più importante: la massima vittoria del male. Invano Benedetto XVI invitò la nostra fetta di umanità a vivere etsi Deus daretur, come se Dio ci fosse. Questa civilizzazione non lo può consentire. L’orizzonte è chiuso nell’immanenza e il Grande Inquisitore, paradossalmente, è un benefattore dell’umanità, offrendo quei tre sollievi – mistero, per Cassano frutto di ignoranza, autorità, vista come sottomissione a chi comanda, e miracolo, cioè superstizione religiosa – che sa essere falsi. O forse no, giacché nel monologo con Cristo silenzioso e redivivo nella Siviglia del XVI secolo, ammette “noi non siamo con te, siamo con Lui, ecco il nostro segreto.” L’Inquisitore si è posto dalla parte del maligno, principe del mondo, ma proprio per questo sa che esiste ciò che chiamiamo Dio.

Lo intuisce per un momento lo stesso Cassano nel Pensiero meridiano, allorché scolpisce pagine bellissime sulla profanazione moderna che è diventata la corsa insensata, transumante del turismo di massa. Parlando della Grecia, culla di ciò che siamo/eravamo, dice: “sempre mi è capitato di osservare che laddove arrivano i turisti spariscono i religiosi; splendidi e non più remoti monasteri con pochi frati superstiti sono consumati ogni giorno da migliaia di turisti. C’è sempre qualcosa di amaro (…) la sensazione che nonostante il nostro continuo assaggiare tutto, un elemento serio e importante si sottragga al nostro gusto (…) quando non siamo capaci di immaginare che il nostro essere lì possa costituire un oltraggio”.

L’homo currens per cui il bene è l’emancipazione, l’astratta libertà senza aggettivi, non può conoscere il limite, non è neppure in grado di distinguerne i contorni, preso dalla corsa. Allo stesso modo, riterrà oziosa ogni domanda di senso, concentrato sull’unico bene disponibile, il presente. Un brano dell’Umiltà del male getta una luce definitiva sul pensiero di Cassano, allorché, pur nell’ammissione che il desiderio di trascendenza non appartiene all’immaturità dell’uomo, lo riduce al misero rango di “bisogno di esplorare in anticipo le vie che si troverà a percorrere per provare a migliorare la propria condizione”. L’obiettivo del male, ovvero degli Inquisitori di ogni tempo, “chiaro e costante” sarebbe quello di mantenere gli uomini in uno stato di perenne immaturità, dal quale, par di capire, può uscire solo emancipandosi, ovvero non credendo più a nulla, se non ai propri sensi. Neo illuminismo di risulta.

Sorprende che, una riga più avanti, il pensatore torni sui suoi passi, riconoscendo la rinunzia ai doveri, il dilagare della volgarità, il superomismo dei peggiori. Arriva a citare l’Ortega della Ribellione delle masse, “l’anima volgare, riconoscendosi volgare, ha l’audacia di affermare il diritto alla volgarità e lo impone dovunque”. Verissimo, ma allora il disprezzato aristocratismo etico torna una virtù, un attributo del bene distinto e lontano dall’emancipazione liberatoria.

Una volta di più, gratti la vernice progressista e trovi la ruvida crosta di un elitismo intellettuale che disprezza profondamente l’uomo comune. Pure, resta in Franco Cassano un che di irrisolto, quasi una nostalgia per ciò che vorrebbe essere, il rimpianto per un’identità che non riesce a condividere, un abito sognato ma troppo stretto anche per il pensiero meridiano e l’elogio della lentezza. Soprattutto in quanto non può ignorare che l’homo currens è tale in quanto si è liberato dalla metafisica, dal pensiero critico, del dubbio fecondo, per accettare quel totalitarismo dell’economia che egli pure aborre, ma non sa superare se non in formule oscure. Forse dovrebbe ascoltare Cesare Pavese, che nel Mestiere di vivere osserva “la religione consiste nel credere che tutto quello che ci accade è straordinariamente importante. “

Importante e dotato di un senso che l’uomo può esperire nell’apertura all’Oltre. Il male, rinchiuso nella gabbia materiale, non è affatto umile, né conosce l’uomo meglio del bene. E’ più attraente, più facile, più comodo. Per questo va tenuto a freno con un’idea elevata del bene, un modello alto di virtù, un desiderio di innalzarsi che non è prerogativa dei “dodicimila eletti per ogni generazione” di cui parla l’Inquisitore, ma si alimenta della scintilla divina presente, se la vuole scoprire, in ogni uomo. Quella scintilla è il mistero, il miracolo, l’autorità, l’apertura all’infinito. Senza, l’uomo è una scimmia nuda, l’implacabile predatore, l’Essere-per-la-morte schiavo del principio di piacere (lustprinzip) per lenire la disperazione del nulla che lo attende.

Roberto Pecchioli il 18 Febbraio 2019

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