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Il linguaggio politicamente corretto e la Neolingua: “Il grande inganno” di Roberto Pecchioli

Recensione del 10 e 11 Novembre 2020

I parte

§1. Humpty Dumpty.

Tutti ricorderanno il racconto per l’infanzia Alice nel paese nelle meraviglie, dell’inglese Lewis Carroll. Narra le vicende di una ragazzina, Alice, che cade nella tana di un coniglio – il Bianconiglio – ed entra in un mondo fantastico popolato da strane creature antropomorfe. Alice nel paese delle meraviglie non trasfigura la realtà, la sostituisce con immagini apparentemente infantili, talvolta oniriche, e costruisce un universo parallelo la cui caratteristica principale è la leggerezza. E’ celebre un dialogo, quello tra la protagonista e Humpty Dumpty, un personaggio a forma di uovo dal bizzarro linguaggio. Humpty Dumpty rivela ad Alice il suo approccio all’uso delle parole, che precorre il bis pensiero e la neo lingua di Orwell e, per molti aspetti, la rivoluzione semantica del politicamente corretto. Quando io uso una parola, spiega Humpty Dumpty- metafora del potere di ogni tempo-  essa significa esattamente ciò che io voglio che significhi. All’osservazione di Alice che le parole possono avere tanti significati, l’ometto a forma di uovo replica: “quando faccio fare a una parola un simile lavoro, la pago sempre di più”. Modernissimo, anzi contemporaneo. Potremmo dire che nelle parole di Humpty Dumpty c’è l’intero impianto teorico e pratico del “politicamente corretto”: la torsione delle parole per far assumere loro significati graditi al potere, padrone del linguaggio, anzi, per usare un’espressione a sua volta politicamente corretta, della “narrazione”; un potere che prende l’iniziativa e paga profumatamente settori sociali e personalità della cultura “di servizio”.  

Il linguaggio e il pensiero politicamente corretto sono il più importante – e devastante – impianto ideologico della post modernità. Il politicamente è qualcosa di estremamente serio, il meccanismo attraverso cui una serie di idee, principi, visioni della vita penetrano nella quotidiana per cambiarla, improntarla, farne un’altra cosa. E’ una mutazione della realtà, mortale nemica della mentalità occidentale progressista. Di seguito cercheremo di fornirne una sintetica mappa concettuale. La letteratura che lo riguarda è ormai assai ampia, ma non esistono, al momento, gli strumenti per combattere efficacemente una battaglia frontale contro il p.c. A suo favore, vi è la maggior parte del sistema di comunicazione, di intrattenimento, la cultura accademica ufficiale. Tuttavia, occorre conoscere per contrastare, smascherare per togliere il velo a una potente costruzione sottoculturale che minaccia di cambiare non solo la visione del mondo, ma addirittura di scavare un pericoloso fossato tra la verità, la realtà e la sua rappresentazione.

Come Arlecchino, servitore di due padroni, il p.c. è infedele e doppio: cambia le carte in tavola, sconcerta e depista. La più grave conseguenza non è il cambio di linguaggio, ma il fatto che – attraverso di esso – non crediamo più ai nostri occhi, censuriamo il pensiero e la vista in nome di un paradigma che, modificando le parole – i significanti- cambia i significati e finisce per far credere che la neve è nera.

Va preliminarmente riconosciuto l’uso sapiente della semantica, da parte del sistema della correttezza politica, al fine di modificare il linguaggio. La semantica è il ramo della linguistica che si occupa dei fenomeni del linguaggio non dal punto di vista fonetico e morfologico, ma guardando al loro significato. Le unità minime di significato sono dette sema o sememi. Il linguaggio politicamente corretto può essere descritto come una serie di metasememi, ovvero di sostituzioni provocate ad arte di un semema con un altro.

Abbiamo il dovere di strappare la maschera alla sofisticata operazione di condizionamento, manipolazione, formattazione delle menti attraverso le parole chiamata politicamente corretto, un’insidiosa ideologia postmoderna, un pensiero magico che modifica in profondità la percezione delle cose, delle idee, i giudizi espliciti e impliciti di tutto ciò che abbiamo intorno, per ridefinire un’immagine del mondo del tutto nuova, radicalmente falsa.

§2. I padroni delle parole

Le parole hanno sempre avuto dei padroni, che determinano non solo i significati, ma innanzitutto la percezione, positiva e negativa, nella mente dei locutori. Ne era consapevole Confucio, che voleva “rettificare le denominazioni”. Se le denominazioni non sono corrette, se non corrispondono alla realtà, il linguaggio diventa senza oggetto, per cui l’azione diventa impossibile. La verità confuciana è evidente in un mondo che non solo ha distorto e capovolto significati e proibito parole, ma alimenta una confusione insopportabile. Non esiste più la concordanza tra la parola e la cosa (per Tommaso d’Aquino la verità è adaequatio rei et intellectus, coincidenza della realtà con l’intelletto), ma pullulano neologismi ingannevoli a base di bi, poli, multi, inter, trans.

L’inversione o la semplice modifica delle denominazioni, dell’ordine del discorso, cambia profondamente la psiche umana, confondendola prima di impoverirla. Lo sapeva un altro gigante dell’antichità cinese, Lao Tze: “più vi sono interdetti e proibizioni, più il popolo s’impoverisce.”

Ogni potere ha l’ambizione di produrre un linguaggio proprio, al quale il popolo si deve uniformare: è il potere di stabilire, attraverso le parole, il lecito e l’illecito. Dietro la grancassa della libertà e della democrazia, l’epoca contemporanea non si comporta diversamente, attraverso un proibizionismo che dichiara illegali certi pensieri e determinate parole, nonché i sentimenti non conformi all’ordine del discorso. Non si tratta di un potere simbolico: il potere culturale comanda segretamente tutti gli altri, orientando la rappresentazione autorizzata della realtà che Freud chiamò Super Io, le cui architravi postmoderne sono il linguaggio e il pensiero della correttezza politica.

Il politicamente corretto è l’operazione di ingegneria linguistica e meta culturale attraverso la quale vengono ridefiniti i significati di parole e concetti chiave, allo scopo di riformulare l’immagine del mondo della massa. Prima esisteva l’eufemismo, una figura retorica consistente nella sostituzione di un’espressione propria e abituale con una attenuata o alterata. Il P.C. è diverso, poiché opposta è la sua intenzione; l’eufemismo si limitava ad affievolire un’espressione per scrupolo o riguardo, il P.C. provoca un cambio di significato, di percezione, uno scarto di senso rispetto ai termini precedenti, poiché mutano insieme significante e significato.  Nella linguistica strutturalista, con significante si indica il piano dell’espressione correlato al significato. Il significante è la forma che rinvia a un contenuto. La sua modifica è un’operazione ideologica orientata a provocare un “trasbordo ideologico inavvertito”, ovvero la rimozione di un concetto, una categoria mentale, un’opinione generalizzata, fino ad abolire, per discredito, demonizzazione e censura, alcune parole od espressioni a favore di altre, senza dichiararlo. 

E’ un’operazione di igienizzazione verbale ideologica. Come quasi tutto il peggio dell’ultimo mezzo secolo, si tratta di un’idea americana.  Alla fine degli anni 80, conclusa vittoriosamente la battaglia del liberismo economico, sconfitto il nemico sovietico, confinato il comunismo reale- non il marxismo culturale ! – nella soffitta della storia, il capitalismo vincente appaltò alla sinistra sconfitta sul piano degli assetti economici, le idee per la costruzione, diffusione ed imposizione di precetti nuovi per una società in cui si dissolvessero identità personali e religiose, appartenenze nazionali, principi morali, convinzioni e tradizioni secolari e millenarie. Lungi dall’essere una semplice modalità espressiva, il P.C. si è trasformato in una vera e propria ideologia comportamentale, in modalità cognitiva, ri- programmazione neurolinguistica al servizio del potere globale, il liberismo economico libertario e cosmopolita.

Il p.c. è un sistema operativo al servizio del potere. Il meccanismo è semplice, a patto di controllare i principali canali di comunicazione culturale e mediatica: università, sistema dell’informazione, intrattenimento.  Consiste nel vietare, rendere negative un certo numero di parole e di categorie concettuali, sostituendole con altre, al fine dichiarato di smussarne gli angoli, depotenziarne la carica offensiva o semplicemente assertiva, neutralizzarne l’effetto, in nome del rispetto ossessivo per ogni minoranza, e per eliminare dalle parole ogni possibile valenza negativa, ombra di giudizio o affermazione d’ineguaglianza.

Lo scopo è modellare un’umanità plastica e docile, asservita ai miti del consumo compulsivo, votata a rivendicare diritti individuali a scapito di quelli sociali e collettivi, convinta che ciò che è nuovo sia sempre migliore del vecchio, disponibile ad un’esistenza precaria, fatta di cambiamenti, instabilità lavorative, sentimentali, residenziali, emotive, per affrontare le quali occorre liberarsi di ogni retaggio e convinzione spirituale. L’umanità doveva diventare liquida, per essere versata dai padroni del mondo in nuovi recipienti; serviva un’ideologia fortissima, ma soffice, impalpabile, suadente, che somigliasse a certe pubblicità in cui la voce fuori campo parla con tono lento, ipnotico, per abbattere le nostre difese.  Pochi intuirono la portata devastante del P.C. e la sua capacità di mutare profondamente il senso delle cose di centinaia di milioni di esseri umani. Quando la minaccia è felpata ed armata di buone intenzioni, tutelare minoranze sfortunate e riscattare categorie stigmatizzate, il pensiero critico arriva sempre troppo tardi.

Il P.C. corrode la libertà di espressione e si espande in ogni direzione; cellule impazzite che accecano sino ad abbattere i pilastri della libertà di pensiero e di espressione. Riconfigura le parole non solo nei significati, ma nei giudizi impliciti che contengono, con espressioni imposte e altre proibite. E’ un’ideologia in cui confluiscono elementi della linguistica, della sociologia, della psicologia di massa e tecniche di persuasione come la programmazione neuro linguistica.

La lingua è la realtà immediata del pensiero, osservò Karl Marx. Si può pensare, quindi giudicare, solo con le parole, suoni associati a immagini e significati. Per questo le parole dominano il mondo e le idee appartengono ai termini che le definiscono. Le parole, in determinati momenti, possono diventare fatti. Lo comprese il pensiero positivista, che prescriveva di non chiedere il significato, ma l’uso delle parole (Wittgenstein). Ne sono esempi illuminanti termini come razzismo, tolleranza, progresso, democrazia, libertà, che hanno perduto il senso iniziale e significano adesso ciò che ha voluto il pensiero dominante.

Il politicamente corretto è una deriva ideologica nutrita della retorica di una classe sociale, i vincenti della post modernità, cosmopoliti e globalisti, ma è qualcosa di più. E’ la liquidazione coatta “a fin di bene” dell’intera civiltà europea in base al presupposto della sua natura sopraffattrice e violenta, frutto del dominio di una minoranza di maschi eterosessuali. Il p.c. diventa un’anti cultura che nega cittadinanza a ciò che non riconosce in base al suo “a priori”, un relativismo radicale centrato sull’idea di uguaglianza come uniformità, negazione delle differenze mascherata da avalutatività. Il nucleo fondante del politicamente corretto è l’adesione al bigottismo dell’equivalenza qualitativa di idee, persone, civiltà, religioni, principi, un plumbeo nichilismo in salsa etica fondato sull’Identico.

Il P.C. è anche una forma di oscurantismo teso alla sostituzione delle parole e dei significati, al divieto, all’ espulsione “etica” dalle università e dalle biblioteche (quindi dall’orizzonte comune) di libri, idee e autori in base a un interdetto preventivo che non risparmia Shakespeare, Dante e finanche la Bibbia, tolta dagli scaffali di un’università gallese. La sua ansia totalitaria non è diversa da quella del califfo Omar, il distruttore della biblioteca di Alessandria, summa della cultura antica.  

Attraverso la messa all’indice di parole e concetti “sensibili”, il P.C. nega nei fatti la libertà, che è ricerca e dubbio fecondo, e lo stesso progresso in nome del quale afferma di agire. Cresciuto nelle università, ne è la negazione radicale, poiché chiude la conoscenza in un recinto soffocante, dove la mente istruita a metà diventa la più propensa alle utopie e a nuovi fanatismi. Agisce per scomuniche preventive il cui esito è la chiusura della mente. Il relativismo culturale diventa il punto di forza: il deviante politicamente scorretto viene etichettato come malvagio, colpevolizzato nei sentimenti espressi con le parole, un “diverso” da isolare in un mondo di identici.  

La qualifica di deviante è un’etichetta affibbiata dal potere; quindi il p.c. è un potere teso a esercitare la censura conformista e pregiudiziale che rimprovera ai bersagli della sua azione. Il significato delle parole è fondamentale. In linguistica, il significato è la rappresentazione psichica della cosa. L’intento del p.c. è quello di mutare i significati creando una neolingua, ma soprattutto proibire una serie di parole. L’obiettivo è riconfigurare l’universo mentale di chi pensa e parla, neutralizzando i significanti affinché perdano le vecchie caratteristiche e assumano il nuovo senso/significato: opinioni indotte che sostituiscono la realtà.

Una censura perversa cui non eravamo preparati, poiché non la esercita lo Stato, il governo, il partito e la Chiesa, ma frammenti diffusi di quella che chiamiamo società civile. Conta su potenti alleati: ne sono paladini i giganti di Silicon Valley, Hollywood e i mezzi di informazione più influenti. Non va meglio in Inghilterra; all’università di Oxford è stato sospeso un dibattito sull’aborto perché tra gli intervenuti figuravano degli uomini. Facebook – la prima censura privatizzata della storia – cancella classici dell’arte che rappresentano figure umane nude, ma il puritanesimo non si estende ai manuali per costruire bombe. Rettori d’università sono tacciati di fascismo per il suo esatto contrario, ossia incoraggiare il libero confronto delle idee, lo scambio intellettuale che irrita l’esangue “generazione fiocchi di neve”. In Inghilterra abusi sessuali di giovani di origine pachistana nei confronti di ragazzine bianche povere sono stati ignorati per timore dell’accusa di razzismo e xenofobia, i peccati massimi nel nuovo inferno asettico, inodore e insapore della correttezza politica.

Il p.c. porta a esprimersi non come si pensa davvero, ma trascinati dalla viltà e dall’opportunismo, allineando le proprie opinioni a quelle conformiste. E’ una mancanza di autenticità che trasforma l’intera vita politica, sociale e culturale in caricatura, falsità sistematica nella quale non si esprimono convinzioni, ma banalità, pose, luoghi comuni. Il p.c. è il prodotto più velenoso della sinistra culturale, padrona dei parametri da cui non deve uscire chi non voglia incorrere in impopolarità, discredito, e non intenda essere considerato inadeguato. Sta contagiando un numero sempre più grande di ambiti, in cui la conoscenza si riempie di pregiudizi, perde creatività e non rappresentata più la realtà: un manierismo mediocre e obbligato. 

Si tratta di un meccanismo che impone una censura dissimulata, che non dice il suo nome e non castiga ancora fisicamente, ma sanziona con l’isolamento, cambia le legislazioni, erode di giorno in giorno le libertà di pensiero, parola e opinione. E ‘ un’inquisizione che induce al silenzio. Se ti esprimi non per convinzione, ma per paura, ti trasformi nel censore di te stesso, temi di dire cose “scorrette”, diventi elusivo, eviti di pronunciarti e di ragionare con la tua testa. Il rischio è specialmente grave per chi non ha idee ferme e principi radicati, ossia la maggioranza “liquida” a cui è indirizzato il messaggio del p.c., apparentemente basato sul rispetto dell’altro, ma in realtà potente artefice di decostruzione e riduzione dell’uomo a essere eterodiretto non pensante.

I responsabili sono portatori insani di ideologie il cui obiettivo è ri-costruire l’uomo per realizzare la felicità in terra. Nel caso della correttezza politica, attraverso la neutralizzazione prima, l’abolizione poi delle differenze e delle distinzioni, considerate fonti di conflitto tra gli uomini. E’ un perverso costruttivismo assai diffuso nelle fasi di crisi delle civiltà; Augusto Del Noce lo chiamò virtuismo e perfettismo.

 “Quando la filosofia dipinge a chiaroscuro, allora un aspetto della vita è invecchiato, e dal chiaroscuro, esso non si lascia ringiovanire, ma soltanto riconoscere: la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo. “L’ immagine di Hegel ci restituisce un frammento di verità: i cambiamenti profondi vengono preparati con cura, e, come il liquido di una flebo, penetrano goccia a goccia. L’effetto, si vede solo dopo: abbiamo compreso il fatto storico – l’ideologia del P.C. lo è-  solo dopo che il processo di ri-formulazione della realtà era già avvenuto.  

L’invenzione del P.C. avvenne nell’ Università del Michigan, che propose nuovi codici di linguaggio per definire le minoranze. I negri divennero neri, e poi afroamericani, gli invertiti omosessuali, poi, definitivamente, gay, allegri, per esprimere la carica positiva della loro condizione, inserita nel nuovo concetto di “orientamento sessuale” –  locuzione utilizzata anche nei trattati dell’Unione Europea-  mentre gli handicappati si trasformarono prima in portatori di handicap, successivamente in disabili e infine diversamente abili.

Il p.c. cambia la parola, sfuma o neutralizza il concetto, ma la realtà non si muove di un millimetro: il paraplegico non si alza dalla sedia da diversamente abile. Un divieto verbale tira l’altro, l’igiene verbale pone l’asticella sempre più distante dalla verità. Un mirato bombardamento chemioterapico, per estirpare il cancro delle idee innate, dei principi ricevuti. La lotta è contro la verità e la realtà: gli occhi vedono una cosa, ma il cervello non deve credere alla vista.

Nel campus del Michigan venne redatto un codice di condotta verbale con apposite sanzioni  che influivano negativamente sulla carriera scolastica e l’avvenire degli studenti. Il castigo è un punto essenziale. Nacquero i primi controllori del linguaggio, poliziotti della parola e del pensiero, insegnanti e studenti. Quando esiste una sorveglianza su ciò che si dice, vige un regime dittatoriale che istituisce divieti e decreta punizioni. Il diritto penale degli stati occidentali, così permissivo, è particolarmente duro con i nuovi devianti, che violano, ignorando o contrastando il P.C., la versione ufficiale, la quale, proprio perché tale, è di solito una menzogna o una costruzione arbitraria.  

Iniziarono con le norme che puniscono la negazione dell’Olocausto ebraico. Poi si sono dedicati alla repressione delle discriminazioni nazionali, razziali o territoriali; in Italia la legge Mancino vieta di distinguere, perché questo significa discriminare: il giudizio di valore viene dopo. Quindi, non abbiamo diritto di pensare. Ora siamo impediti per legge a distinguere un omosessuale da uno che non lo è (l’odiata omofobia, neologismo comico che significa paura dell’uguale, una ulteriore prova di inversione dei significati), e presto il codice penale accoglierà una nuova figura di reato, il “femminicidio”. Chissà in quale fattispecie verrà inserita l’uccisione di persone dello stesso sesso legate da unione civile.

C’è del metodo in questa follia.  L’uomo nuovo, anzi l’umano nuovo, poiché uomo è vocabolo “sessista”, (altra categoria concettuale inventata, vietata e punita dalla psicopolizia progressista) ha l’obbligo assoluto di uguaglianza, deve vivere nell’identico, sguazzare nell’equivalente, credere nell’indifferente e nel relativo, elevare altari ai Diritti. Gettati nella spazzatura tabù secolari, l’uomo ne inventa di nuovi, e, proclamata l’assenza di qualunque verità in nome dell’Equivalente, dell’Uniforme, dell’Uguale, perseguita con occhi iniettati di sangue chi esprime concetti veritativi, o, semplicemente, li ricerca. Nulla di più violento ed intollerante di un pensiero che inizia escludendo dal dibattito il deviante come indegno o empio e prosegue invocando la sanzione della norma scritta a carico dei dissidenti, colpevoli di pensare.

Il P.C. è la volgarizzazione ideologica ad uso delle masse del relativismo morale, il quale, a sua volta, è lo strumento con cui l’universo liberalcapitalista ottiene per inganno e disinformazione il consenso alle sue pratiche di dominio, sfruttamento, abbrutimento dei popoli. Liberisti in economia, privatizzano il mondo, libertari nella società, privatizzano i desideri, esaltandoli come diritti. Il P.C. è il prontuario, il catechismo a disposizione di chi non vuole perdere tempo- altro mantra contemporaneo – e vuole vivere tranquillo, un animale d’allevamento con in tasca, pronte all’uso, le idee alla moda che lo faranno accettare in società e gli permetteranno una buona carriera. E’ il pregiudizio dell’assenza di pregiudizi! Tutto già scritto, come in uno stampato precompilato.

Rassicurante, pronto, non si può sbagliare, è a prova di cretino, anzi di persona di ridotte attitudini intellettuali. Che è poi la fotografia digitale dell’homo sapiens nostro contemporaneo, uno che non si attarda a studiare ciò che “non serve”, Il P.C. pensa al nostro posto, pubblicando ogni giorno una dispensa dell’enciclopedia dei sentimenti leciti, e delle parole giuste per esprimerli, il codice ideologico obbligatorio sorvegliato da una pletora di intellettuali, giornalisti, politici, che indossano di buon grado – la paga è ottima – l’uniforme della Squadra Buoncostume.  

Il novello intellettuale collettivo regola il traffico cerebrale per tutti, unifica le sinapsi, animandole verso il Bene ufficiale, e non si attarda a discutere: emana sentenze inappellabili, diffonde scomuniche attraverso “bolle” affidate al sistema di informazione. Per chi sgarra e si oppone al P.C., la prima sanzione è l’avvertimento in stile mafioso, con lo scatenamento delle armate mediatiche. L ‘industriale Barilla fu costretto a ritrattare l’affermazione che non avrebbe mai permesso pubblicità della sua azienda mostrando famiglie diverse da quella naturale. L’ex calciatore Marchisio affermò incautamente che una telecronaca sportiva “sembrava fatta da un non vedente “. I Guardiani della Rivoluzione parolaia lo costrinsero alla ritirata; eppure era stato politicamente corretto, dicendo “non vedente” al posto di cieco.

Secondo passo: l’esclusione dal dibattito. Chi manifesta convinzioni sgradite, o semplicemente parla chiaro, con parole divenute sospette, deve essere proscritto. Discutere significherebbe riconoscere dignità alle sue idee. Sì, perché l’intellettuale collettivo P.C. è abilitato a rilasciare patenti di democrazia, tolleranza, regolare il traffico del diritto di parola. Un protocollo scritto delle associazioni LGBT invita i canali televisivi e radiofonici ad escludere dai dibattiti su bioetica e sessualità i contrari ai “diritti” gay. L’Ordine dei giornalisti irroga sanzioni ai soci che osino chiamare clandestino lo straniero presente sul territorio senza permessi e documenti. Chi ha idee non politicamente corrette è un pazzo oppure è un rifiuto dell’umanità, scellerato, forse nemico del popolo. Perché ammetterlo al dibattito “civile”?  

Usando rancide categorie mentali, dovremmo chiamare fascisti tutti costoro, o, peggio ancora, razzisti (antropologici), giacché questa parola è diventata la chiave universale per far tacere ed espellere dal campo e dall’umanità. L’arco costituzionale sono sempre loro, ed il patologico bisogno del nemico assoluto li rende impermeabili a tutto, specie a comprendere di essere diventati l’arma totale nelle mani di capitalisti, multinazionali e cupole finanziarie, che li usano e manipolano, ridicoli robot per i loro fini di dominio.

Terzo movimento: la sanzione vera e propria, attraverso l’inclusione nel corpo legislativo di nuovi titoli di reato, o psicoreato che diventano istantaneamente manganelli nelle mani degli inquisitori. Galera per chi osi preferire un figlio normale ad uno invertito, omosessuale, o gay, o sostenga i connazionali rispetto agli stranieri.

Un’università americana sta bonificando il capolavoro di Mark Twain, Le avventure di Huckleberry Finn, espungendo la parola nigger, negro, che vi compare 119 volte; altrove si impone di non studiare Shakespeare e Dante per scorrettezza politica. A forza di ripulire il pensiero, ed il linguaggio, resta una lavagna cancellata. Aveva ragione Orwell ad immaginare che, con la neolingua imposta dal partito al potere, si sarebbero eliminati i concetti, quindi la possibilità di opposizione, per abolizione delle parole con cui esprimerli.  

La dittatura p.c. sta conseguendo risultati analoghi: estirpa il significato capovolgendolo o abolendolo, istituisce un codice linguistico che, inevitabilmente, si trasforma in visione del mondo. L’importanza del linguaggio sta nell’incipit del Vangelo di Giovanni: “in principio era il Verbo, ed il Verbo era presso Dio ed il Verbo era Dio “. Il nuovo verbo è la riproduzione neocapitalista, Dio è sostituito dal Mercato e da Io, e la misura di tutte le cose sono l’utile economico ed il dilettevole, il diritto assoluto al piacere o capriccio individuale, purché compravendibile in denaro.

Il politicamente corretto è ideologico e prometeico, una forma sofisticata, oligarchica e postmoderna di gattopardismo imposta da un potere che muta pelle come un serpente senza perdere il veleno.

II parte

§3. Un sistema di potere, un tabù

Il XXI secolo ha bisogno di un sistema di potere allucinogeno: le masse devono essere convinte di godere di ampie libertà e di avere grandi possibilità individuali. Un esercito di finti “pezzi unici”, sospinti verso comportamenti, gusti, reazioni assolutamente identiche e previste. E’ il principio del “soft power”, che agisce per linee interne, a livello subliminale, persuasivo, per coazione a ripetere, mostrando ed imponendo modelli, ottenendo senza violenza fisica comportamenti e attitudini predeterminate.  Per rafforzare il dominio è necessario estirpare il pensiero critico, disattivare quelle aree del cervello in cui nascono, si formano e sviluppano le idee e si conservano i giudizi.  All’ homo consumens et desiderans si offrono insieme un ampio pacchetto di nuovi pregiudizi e la disistima di se stesso. Infatti, il p.c.  è un’ accattivante confezione di preconcetti basata su un unico postulato : l’uguaglianza paranoica, ossessiva, superstiziosa, che diventa uniformità e gabbia. Timoroso di se stesso, l’uomo mette a confronto la sua percezione di fatti, il proprio principio di realtà, lo trova diverso dalla visione “ufficiale”, e censura se stesso, si considera cattivo in quanto giudica altrimenti, e, nella maggioranza dei casi, si conforma, sino ad introiettare come verità ciò  che il suo proprio convincimento rifiuta.  Lavaggio del cervello.  

La coazione a ripetere del P.C. è collegata al cambio di significante, ma anche al doppio timore di esporsi alla riprovazione sociale, con conseguente stigmatizzazione, e di sembrare, o addirittura essere persone malvage, maleducate, senza cuore, di idee antiquate.  Autocensura allo stato puro, specie per quanto riguarda la prospettiva di non essere considerati all’altezza dei tempi, progrediti, “moderni”.

Eppure, esprimere differenze attraverso vocaboli distinti che designano sfumature, distinguono aspetti specifici, indicano, precisano, dettagliano, è l’esercizio principale del nostro pensare ed essere nel mondo; disegna la mappa concettuale del nostro orientamento interiore, i punti di vista che diventano criteri generali. Esattamente ciò che gli iperpadroni non vogliono: per questo ci forniscono un navigatore multiuso, il GPS universale, con la via indicata imperativamente, senza scorciatoie e percorsi alternativi.

Un cieco è non vedente, un sordo non udente. Questo non cambia la loro condizione, ma la nostra. Il cieco, o chiunque altrimenti menomato, in una comunità tradizionale ha diritto ad una certa attenzione, lo si deve aiutare, essere concretamente solidali con lui. Il non vedente, tranne la luce degli occhi, è come me, non gli devo nulla. Dall’egalitarismo forsennato all’individualismo indifferente. Ogni società vive di permessi e proibizioni. La nostra li nasconde fingendo libertà: il P.C. è il tabù per eccellenza del nostro tempo, il senso del pudore riemerso dal naufragio di quell’altro, in cui eravamo cresciuti.

Il tabù rimanda alla categoria abolita e schernita del sacro, e ne mantiene la caratteristica di  dogma a cui si erigono altari e si fanno sacrifici. Il P.C. non argomenta né tanto meno dimostra, punta l’indice accusatore e secerne sdegno nei confronti di chi osa metterlo in dubbio. Chi viola un tabù commette un’empietà che si manifesta al solo accennare i temi/ aree di pensiero che ha occupato e su cui non permette incursioni: immigrazione, sicurezza, origini geografiche e razziali, omosessualità, teoria del genere, identità, fede, temi esistenziali. Proibito parlarne, è una violazione del recinto del tempio.  La nostra è una società in precario equilibrio tra nevrosi e schizofrenia, che nega accanitamente l’esistenza dei problemi e li nasconde proclamando il tabù.

Il P.C. è un tabù rispetto alla verità di cui i suoi gran sacerdoti si servono per consolidare il loro potere. In 1984 di Orwell esisteva il Ministero del Condizionamento, nella realtà c’è ma non si dice. Lavora alla censura preventiva e fa delle vittime gli stessi esecutori delle sentenze, impauriti dinanzi al pericolo di pensare altrimenti. Tabù e spuria religione civile officiata da menti finissime che padroneggiano la psicologia e la programmazione neurolinguistica, il P.C. si è sviluppato dopo la fine del comunismo poiché, con il crollo del muro, è saltata l’ultima grande narrazione politica ed esistenziale del Novecento, e il liberalismo si è trasformato in liberismo economico e libertarismo antropologico.  Per questo è potuto diventare un fluido elemento di raccordo sociale che sposta continuamente le sue frontiere, riorienta gli obiettivi, rinnova il proprio lessico.

§4.Il P.C. malattia del pensiero

 Al di là dell’egemonia degli Stati Uniti, non è casuale che l’origine del P.C. sia americana. Gli Usa sono impregnati di un soffocante moralismo di ascendenza puritana. Dove la morale è troppo forte, perisce l’intelletto, intuì Nietzsche. L’intelletto europeo è perito, o seppellito, sotto ondate di sensi di colpa per la propria storia: la grandezza passata, la volontà di potenza che ci animava, la capacità di produrre cultura, essere e diffondere civiltà, è revocata in dubbio come sopraffazione, colonialismo, violenza. Terrorizzati da se stessi, gli europei si rifugiano in nuovi dogmi rassicuranti. Slogan di ossessivo antirazzismo, pacifismo ridicolo, in cui si distingue per estremismo il clero cattolico, inni al multiculturalismo nel quale ci si spoglia di se stessi per accogliere nudi l’Altro, patologie dell’uguaglianza che neppure il comunismo aveva osato; un’equivalenza declinata in senso individuale, tra diritti, sessualità “aperta”, eutanasia, odio per qualsiasi autorità, che mette in disparte i grandi temi della giustizia sociale, del lavoro, dell’ordine civile.  Il P.C. proibisce ciò che marca le differenze tra le comunità, le credenze, i modi di vita, i sessi e, screditando i linguaggi, vieta il dibattito proclamando il dogma.

Per oltre un millennio, l’autorità di Aristotele fu così grande che bastava l’ ”ipse dixit”, per far tacere l’avversario. Il P.C. è la scimmia postmoderna di Aristotele senza un millesimo della sua sapienza. Procede a colpi di divieti, interdetti, chiusure dogmatiche, violenza verbale, sentenze di condanna di tribunali in cui giudice ed accusatore sono la stessa persona. Per il vostro bene, non affannatevi a pensare, insinuano, non abbiate convinzioni vostre, pensiamo noi a tutto. Divertitevi, consumate, regalate a noi i vostri cervelli ed offrite il vostro lavoro ed i vostri debiti ai nostri padroni. La riedizione del racconto del Grande Inquisitore nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij.

Il p.c., come ogni ideologia, ha bisogno di un suo calendario e di sostenitori famosi. Per questi ultimi, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Gli esponenti del mondo dello spettacolo sono sempre pronti: sono ricchi e famosi perché il sistema di comunicazione, proprietario ed ispiratore delle nuove idee, ha investito su di loro. Quale migliore propaganda alle famiglie arcobaleno, alla banalizzazione dell’uso di stupefacenti, alla santificazione dei migranti, dell’illuminata parola di illustri opinionisti come Lady Gaga, Tiziano Ferro, Jovanotti? Il calendario è più complesso, servono tempi più lunghi. Molto cammino, tuttavia, è stato compiuto. Natale è stato depotenziato con l’invenzione di un anziano barbuto su un carro di renne. Si chiama Babbo Natale per non perdere del tutto il contatto con la tradizione e per consentire il rito dei regali, ma nessuna menzione su chi è nato, Gesù di Nazareth che ha improntato gran parte della nostra civiltà. Più onesti i sovietici, ignari della correttezza politica, che imposero Nonno Gelo. 

Un paradiso del P.C. è Google, il grande motore di ricerca. Non ci facciamo caso, ma Google scandisce i giorni come una rubrica liturgica del nuovo culto: dalla data di nascita di Confucio a quella di Galileo, inizio e fine del Ramadan, la nascita di Buddha, le feste ebraiche. Un’altra istituzione della rete Internet, Wikipedia, gronda P.C. da ogni definizione e giudizio. In un sito dello Wiki-mondo è disponibile un manuale per parlare, scrivere e comportarsi in maniera politicamente corretta.

In nome della multiculturalità, ce n’è per tutti, tranne per chi continua a credere nei valori europei e in Dio. Il condizionamento socio culturale sotteso al P.C. è un progetto di riscrittura della mentalità e della storia ad uso dell’umanità occidentale postmoderna.  Deve quindi neutralizzare continuamente i riferimenti che riempiono la nostra vita e determinano il bagaglio comunitario, per procedere a tappe forzate all’ inculturazione delle masse, cancellando, espiantando e reimpiantando idee, parole, concetti. Tale neutralizzazione mira a fondare, spazzati via i detriti del passato, un punto di unificazione nell’economia e nella tecnica, i grandi sistemi che il potere globale controlla e possiede. Tutto si risolve nella mera negazione della diversità. Le tavole dei comandamenti sono sostituite dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo dell’ONU, il cui nome, nazioni unite, è un inno al politicamente corretto, metà sogno e metà menzogna creduta per ripetizione. 

Le lobby di potere transnazionali, non potendo abolire i diritti scritti, li devono svuotare dall’interno e dissolverli, trattandoli come mere convenzioni, manipolando Stati e popoli a colpi di correnti d’opinione che diventano maggioritarie perché sono esse stesse a crearle per il tramite di stampa, televisione, cinema e spettacolo, in gran parte di loro proprietà.  Cominciano parlando di “casi pietosi”, estremi, proseguono con la pronunzia in materie sensibili da parte di intellettuali e gente di spettacolo, e, di giorno in giorno, il gioco è fatto. La finestra di Overton. Cambiano l’opinione comune su sessualità, bioetica, guerra, immigrazione, su qualsiasi argomento in cui vogliano imporre una visione. Si arricchisce il vocabolario delle parole proibite e della pene a carico dei recalcitranti. La polizia del pensiero, attivissima, fa il lavoro sporco: intimidazione, derisione, minaccia.

Nel P.C. non si discute: la verità è pronta e cucinata a puntino da color che sanno, e, per i casi di emergenza, basta scrivere un articolo di legge che chiami reato (psicoreato) pensarla diversamente su qualcosa, o semplicemente, pensarla. Che fare, allora? Qualcuno propone la soluzione sessantottina. Una risata, o milioni di risate, seppelliranno il mostro P.C. Non siamo d’accordo. Troppo grandi e potenti le forze che lo patrocinano e lo impongono, troppo debole la capacità di resistenza culturale di generazioni cui è stata tolta la bussola fin dall’infanzia e che vivono nell’indifferenza e nell’ignoranza. Soprattutto, non si dimentichi mai che chi controlla il linguaggio, condiziona e controlla il nostro modo di pensare. Chi usa le parole del nemico ragiona secondo le sue categorie, non secondo le proprie.

§5 La neolingua.

Dicevamo che le parole hanno dei padroni. Hanno, altresì, degli inventori. Il potere sul linguaggio è antico quanto il mondo. Ogni regime ha parole d’ordine e slogan. La propaganda c’è sempre stata. Il primo a usare il termine nel significato odierno fu Edward Bernays, nipote di Freud, maestro della pubblicità commerciale e studioso dei meccanismi psicologici del consenso e del consumo. Fu George Orwell nel romanzo 1984 a intuire e sistematizzare la formidabile importanza di “possedere” le parole. A lui dobbiamo il termine neolingua, l’invenzione di un potere assoluto il cui dominio si fondava, tra l’altro, sul bis-pensiero, ovvero sulla torsione e il capovolgimento dei significati, nonché sull’impoverimento delle strutture linguistiche a disposizione dei locutori. Oggi la situazione non è diversa, per alcuni aspetti peggiore, poiché nessuna tirannia costituita impone la neolingua.

Come spiegò l’autore di un altro romanzo distopico, Aldous Huxley (Il mondo nuovo) è molto più efficace la persuasione dolce, la rieducazione ipnotica di massa. Gran parte della popolazione, anche chi vanta laurea e master, utilizza poche centinaia di vocaboli e non è in grado di comprendere un testo di media complessità. Inoltre, molte delle parole e delle espressioni in uso appartengono alla “neolingua”, sono cioè il frutto non del libero dispiegarsi delle dinamiche linguistiche- per natura aperte e mutevoli – ma di precise scelte calate dall’alto. Così alcune parole escono dall’uso comune, di altre cambia il significato o il senso positivo o negativo, mentre altre ancora vengono imposte – in particolare in Italia, nazione in cui l’amore e la custodia della lingua comune è minimo – nella lingua franca, l’inglese da aeroporto, il globish. Operazione niente affatto neutra, tesa a cambiare la percezione del significato secondo l’interesse dei dominanti, ed a modificare le strutture psicologiche profonde del rapporto significante-significato.

Non possiamo ragionevolmente sperare in un cambio di rotta: tutto va a gonfie vele per loro, non esiste motivo per fermarsi, e neppure esiste una forza che trattenga, argini, proponga insegnamenti alternativi. Le agenzie educative sono tutte al naufragio, a partire dalla Chiesa.  Non appare all’orizzonte un’idea forte alternativa, un mito da perseguire, un sogno da realizzare. Per cambiare il rapporto di forze, occorre costruire avanguardie, uomini e donne antagonisti, che abbiano il coraggio di esporsi, di sfidare la derisione, l’esclusione, il tribunale. Non è un’alternativa facile, ma la verità, alla fine, vince sulla bugia, la realtà sulla virtualità, i fatti sulle parole. Occorre, ri- diventare ciò che si è.

Bisogna credere nelle proprie idee, innanzitutto, e nei nostri occhi, smascherare l’inganno, parlare netto, ridare al corso dei pensieri le giuste parole, riconoscere il nemico e, con sobria fermezza, combatterlo a partire dai concetti e dal sereno coraggio di dire ciò che va detto, chiamare pane il pane e ridere in faccia alle suorine ed ai fraticelli della falsissima, religione del politicamente corretto.  

Se lo sapremo fare in molti, allora forse una risata potente come il mondo li seppellirà. Ezra Pound disse: se non abbiamo il coraggio delle idee, o non valiamo noi o non valgono le nostre idee.  Un altro grande poeta del Novecento, Juan Ramòn Jiménez, scrisse qualcosa che dovremmo scolpire nella memoria, a proposito delle falsità che ci vendono per oro colato. “E’ verità, adesso. / Ma è stata talmente menzogna, / che continua ad essere impossibile, sempre.”

Roberto Pecchioli il 10 e 11 Novembre 2020

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